“Quelle bocche di lupo illuminate”

Aggiornato il: 16 dic 2020



(nella fotografia, io insieme ai miei genitori in Via Paolo Sarpi a Milano, davanti al nr. civico 56 - anno1968)


La scuola è finita e l’estate è arrivata calda e prepotente ad arroventare l’asfalto delle strade milanesi ed i palazzi sono tanti forni di cemento.


Nella Milano dei primi anni ’70 l’aria condizionata è ancora un sogno e specie nelle case popolari il caldo durante il giorno è insopportabile, l’unica tregua è data dall’arrivo della sera ed è piacevole uscire di casa a cercare un po’ di refrigerio presso i giardini pubblici.

Ai miei occhi di bambino l’estate è favolosa, niente scuola, tanti giochi con i compagni nel cortile e quelle poche ma belle passeggiate di sera con mia mamma per le vie che collegano Via Paolo Sarpi al Parco Sempione.


Corro avanti ed indietro sul marciapiede, mia mamma mi richiama dicendomi di non attraversare la strada e di starle vicino, il tramonto rende tutto così diverso, non c’è più il caos delle auto lungo la via, i negozi sono chiusi, ma le finestre di tutte le case sono spalancate e si possono vedere le luci delle stanze e sentire le radio ed i pochi televisori accesi, i bar lungo le strade sono aperti ed affollati, ma non c’è baccano al loro interno, la gente dentro è seduta e composta in fila a vedere la televisione.


Quando c’è la televisione accesa nel bar anche per noi ragazzi è proibito fare rumore, durante il giorno c’è una gran caciara: gli anziani giocano a carte, noi ragazzini schiamazziamo e fuori sul campo da bocce, oltre agli schianti delle biglie, gli urli dei giocatori si levano ad ogni punto conquistato. Di sera, però, quando nel locale accendono la televisione per le notizie o per vedere Rischia Tutto, allora tutto si placa.


Ma quella sera è troppo caldo per stare nel bar ed allora ci incamminiamo per Via Lomazzo, poi Via Giordano Bruno e Via Rosmini alla conquista di quel tanto agognato gelato.


Con la notte è arrivato un po’ di fresco, il tempo è trascorso veloce e ci dirigiamo verso casa, la strada è deserta, il buio interrotto a tratti dall’illuminazione pubblica mi avvolge e la mia attenzione è attratta da una bocca di lupo illuminata, i miei occhi pieni di curiosità si incollano a spiare attraverso quella fessura.


Nelle case di ringhiera, dei vecchi palazzi di Milano, gli scantinati prendono aria attraverso delle finestrelle radenti i marciapiedi delle strade. Si tratta delle cantine maleodoranti dei vecchi condomini, luoghi malsani che non vengono nemmeno adibiti a deposito di merce, proprio per l’alto tasso di umidità.


Quelle finestrelle di solito sono buie e sporche e non suscitano nessun interesse, ma qui in queste vie traversali a Via Paolo Sarpi, molte di esse sono illuminate. È difficile vedere oltre, perché di solito sono oscurate da tende o da carta di giornale, ma il caldo di questi giorni ha fatto sì che alcune di quelle feritoie fossero aperte e gli occhi di un bambino curioso non possono che cascarci dentro!


Mi inginocchio sul ciglio del marciapiede ed infilo la testa tra le grate, la piccola finestra è aperta, voglio vedere cosa c’è sotto!

Vedo dei tavoli bianchi con sopra tanti tessuti, pellame e borse impilate, vedo delle donne, sono sedute su una fila di banchi, come noi a scuola, chine sulla macchina da cucire, tutte lavorano in silenzio senza alzare lo sguardo, si percepisce solo il tintinnio frenetico degli aghi che cuciono.

Rimango a lungo a guardare quell’ambiente, mia mamma probabilmente mi sta chiamando, ma sono incantato dalla scena di quelle ragazze tutte uguali con il camice blu, i capelli lunghi, dritti e neri e quegli occhi a mandorla, che avevo visto solo nei film di karate…


Mia mamma si china al mio fianco, vede quella fabbrica improvvisata nel sotterraneo, anche lei si sofferma a quella vista, ma non esprime commenti, mi dice solo che è tardi e che dobbiamo rincasare.

Esclamo con l’ingenuità tipica di un bambino: - “Mamma, perché quelle persone lavorano di notte? Perché sono tutte uguali?”

“Daniele quelle persone vengono da un paese molto lontano che si chiama Cina, è un paese immenso con una cultura millenaria, ma che ha attraversato terribili carestie e la gente povera emigra in altre nazioni per lavorare e costruirsi una vita migliore”.


Quella sera le mie domande sulla Cina furono incessanti, come ogni bambino preso dalla curiosità volevo scoprire tutto di quel misterioso e lontano paese… E probabilmente mi addormentai ascoltando i racconti di una “Grande Muraglia”, di una “Via della Seta” e di un grande navigatore veneziano…


Da bambini è tanto semplice entusiasmarsi per un argomento, quanto è facile dimenticarlo, forse nei giorni seguenti non domandai più nulla ai miei genitori riguardo la Cina, ma io abitavo in Via Paolo Sarpi e stavo crescendo in quel quartiere, proprio mentre la più grande “Chinatown d’Italia” stava nascendo tutt’attorno a me!


Non credo al fato, ma le coincidenze mi porteranno dopo tanti anni, quasi in maniera rocambolesca, a visitare più volte la Cina, a frequentare quel popolo per lavoro, fino alla decisione di trasferirmi con la mia famiglia.

Hong Kong diventerà la mia città di residenza e lì nascerà poi il mio secondogenito.


Il mio amore per l’Asia ed i buoni rapporti che successivamente ho intrapreso con i cinesi, sono nati attraverso quegli occhi di bambino, incollati alle inferriate di quella "bocca di lupo".


Milano, 1973


Racconto tratto dal libro "Da Via Paolo Sarpi all'Oriente" di Daniele Pezzali edito da KDP-Amazon 2018 - (https://www.danielepezzali.com/libri)

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