Via Paolo Sarpi



L’arteria della attuale Chinatown milanese è Via Paolo Sarpi. Quanto è cambiata quella strada, con tutto il quartiere, nell’arco di mezzo secolo!


Sono arrivato a Milano ieri sera e soggiorno in un albergo vicino al quartiere Bicocca, conosco bene questa zona di Milano, proprio qui, vicino alla stazione FS di Greco-Pirelli, cominciai a lavorare come buyer nel febbraio del 1987.


Anche questo quartiere nella periferia milanese, ai miei occhi ora, è irriconoscibile. Un tempo era il distretto più industrializzato e “più operaio” della città. Nell’area tra “la Bicocca” e Sesto San Giovanni si concentravano le più grandi aziende metalmeccaniche e siderurgiche della Lombardia: Pirelli, Breda, Ansaldo, Ercole Marelli e le grandi Acciaierie Falck.

“Vulcano” era il nome di uno degli stabilimenti Falck, nel quale si producevano ghisa e leghe di ferro, in seguito, proprio per quel nome e per le lunghe colonne di fumo, sempre presenti sull’area industriale, quella zona venne soprannominata dai milanesi “Il Vulcano di Sesto”!

Da quasi vent’anni quelle grandi industrie sono state smantellate, gran parte dell’area è stata bonificata e totalmente ricostruita. Fortunatamente, in questo caso, il piano urbanistico è stato elaborato con particolare attenzione: la discreta architettura residenziale, le moderne strutture commerciali e quelle degli edifici universitari, hanno lasciato spazio al verde, tanto è vero che oggi “la Bicocca” è conosciuta come un importante polo universitario della città ed in quel distretto i milanesi ambiscono ad andare a viverci.

Nello stesso quartiere è stata costruita la moderna linea metropolitana “Lilla M5” (operante senza conducente) che connette l’estrema periferia nord di Milano con lo Stadio di San Siro, attraversando i quartieri centrali della città.


Dall’albergo, in due minuti a piedi, raggiungo la fermata Bignami della linea Lilla del metrò, con piacevole meraviglia ammiro l’infrastruttura e l’arredo urbano della stazione metropolitana; la mia destinazione è la fermata “Monumentale” che è stata inaugurata pochi mesi fa.

In 20 minuti arrivo al Cimitero Monumentale, salgo la rampa dei gradini della metropolitana e mi trovo nella piazza davanti al sontuoso Famedio costruito in stile neogotico. Quel marmo bianco e quei mattoni conferiscono all’edificio un aspetto unico nella città meneghina, proprio per l’intensa caratteristica cromatica a strisce orizzontali bianche e marroni.

All’istante tutto mi appare come cinquant’anni fa, anche i tram della circonvallazione sono sempre gli stessi e mi viene da sorridere pensando al contrasto tra la moderna e veloce metropolitana che ho sotto i piedi e quei tram, arredati ancora con le panche di legno, che viaggiano sui binari come delle grandi tartarughe, accompagnati da quello stridore assordante.

Camminando imbocco la larga Via Ceresio in direzione di Porta Volta. Le auto parcheggiate ovunque ed il traffico cittadino non mi fanno percepire ancora i grandi cambiamenti del quartiere ma bastano due passi, verso piazzale Baiamonti, che la visione di una piramide di vetro, alta sei piani, mi fa aguzzare la vista.

L’edificio modernissimo sovrasta tutta la piazza, ammiro la sua bellezza architettonica e sono compiaciuto nell’osservare il contrasto con i vecchi edifici adiacenti e con Porta Volta (l’antico accesso della città ricavato sulle mura spagnole del 1500).


Proprio su questa piazza si apre Via Paolo Sarpi, assolutamente irriconoscibile rispetto a quando io ero bambino!


Ora l’appellativo di Chinatown si addice a pieno titolo. La via è stata completamente pedonalizzata e basta percorrere pochi metri per sentirsi immersi in un clima asiatico, sia per la presenza di tantissimi cinesi e delle loro caratteristiche botteghe ovunque, sia per gli odori di spezie che fuoriescono dai ristoranti etnici.


Tutto sommato penso che sia meglio ora!

Passeggio in mezzo alla strada, ammiro i negozi, ascolto la parlata in mandarino dei passanti, tutto attorno è un gran brulicare di attività commerciali gestite dalla comunità cinese.

Mi fermo e chiudo gli occhi, mi viene da sorridere, un tempo in questo preciso punto, in mezzo alla via, sarei stato investito in pochi istanti!


Il traffico in Via Paolo Sarpi era intenso, la via era un’arteria commerciale con centinaia di negozi ed altrettante botteghe artigianali stipate nei cortili dei grandi condomini. Era impossibile trovare parcheggio. Lungo la strada, a senso unico, la colonna di automobili e furgoni era onnipresente.

Ricordo il caos dei veicoli, il fumo emesso dalle autovetture e quell’autobus verde che percorreva a passo d’uomo la via, con la scritta “O” capolinea “L.go Murani” (successivamente la linea fu rinominata con il numero 61).

Spesso l’aria era irrespirabile, talvolta la caotica strada diventava invivibile, però alla sera le grandi insegne dei negozi, presenti lungo tutta l’arteria, su entrambe i lati, illuminavano a giorno tutta la via. Quello spettacolo era una gioia per gli occhi di chiunque, tanto che il disagio della confusione e dell’aria pesta, veniva ripagato da quella vivacità di luci che esprimevano il benessere della “Milano da bere”!


Proprio qui, all’inizio della via, sulla destra c’era il Cinema Teatro Aurora: un bel locale che proiettava i film usciti dalla “prima visione”. Mi accorgo che adesso l’edificio è stato ristrutturato ed è egregiamente occupato da una nota casa d’aste.

Proprio di fianco vedo con piacere che ci sono ancora le due vetrine dell’antica torrefazione “Coraçao do Brasil”, i proprietari sono cambiati nel tempo, ma il negozio ha conservato gli arredi dell’epoca.


La mente corre indietro negli anni, quante volte da bambino sono entrato in quel negozio! La fragranza del caffè tostato si avvertiva a decine di metri di distanza sul marciapiede, ci andavo spesso con mio papà che amava gustare le diverse qualità di caffè che, a volte, venivano somministrate ai clienti abituali come assaggio gratuito.

Ero piccino e non avevo ancora assaporato il gusto dell’espresso, ma in quella torrefazione l’aroma della tostatura dei chicchi era così intenso che solo l’odore era sufficiente a farmi percepire in bocca il sapore di quella bevanda.


L’enorme “pentolone” per tostare il caffè, posto all’ingresso del negozio, mi appare più grande di una vasca da bagno. Mio papà si china sul bordo del macchinario e raccoglie una manciata di chicchi di caffè: sono biancastri e coriacei. Me li fa toccare ed annusare, mi fa notare che il chicco “crudo” non ha nessun particolare profumo. Poi mi spiega che con la lenta tostatura, in quella grande “ciambella”, i chicchi sarebbero diventati friabili, di color marrone e con quel bell’aroma che satura la bottega.

Sopra alla mia testa ci sono due enormi pappagalli, sono due grandi Ara del Brasile. Li vedo accovacciati sul trespolo ad un paio di metri di altezza, hanno entrambi una zampa legata con una catenella, i loro colori sono strabilianti: giallo, verde, blu e rosso.

Ogni tanto uno di loro apre le ali e mi fa quasi paura, mi appare immenso, le sue ali piumate sono più ampie e lunghe delle mie braccia! Ancora di più mi fanno trasalire i loro versi striduli, suoni che mi trafiggono le orecchie.

Per fortuna in questo bar non servono solo caffè e quando papà mi porta qui, una tazza di cioccolata calda è sempre garantita.


Adesso, però, un caffè posso berlo ed è un vero piacere gustare la mia tazzina immerso in questo mondo di ricordi che mi rapisce la mente.


Lungo la via si susseguono una miriade di negozi cinesi, sono rimasti veramente pochi gli esercizi commerciali gestiti ancora dai milanesi.

Negli anni Settanta le botteghe di pelletteria, i laboratori sartoriali ed i ristoranti cinesi erano presenti quasi esclusivamente nelle traversali della grande via, oppure all’interno nei cortili dei caseggiati di ringhiera, dove gli affitti erano a buon mercato.

Nel corso degli anni la comunità cinese si è ingrandita e la loro laboriosità mista all’iniziativa imprenditoriale hanno reso sempre più florido il commercio creando profitto, fino al punto che oggi più della metà degli immobili dell’intero distretto sono di proprietà “cinese”!


È piacevole camminare liberamente in mezzo a questa nuova strada pedonale, lunga più di un chilometro!


Tra il 2010 ed il 2011 Via Paolo Sarpi è stata oggetto di un profondo intervento di riqualificazione urbana: la trasformazione più consistente è stata quella di chiuderla al traffico e di pavimentarla, per tutta la sua lunghezza, con delle belle lastre di beola. Oggi la via appare come un'elegante strada pedonale adatta alle bici, ornata di aiuole e di alberi.

A dire il vero questa scelta non è stata votata dalla Giunta del Comune di Milano con l’intento di fare un favore alla comunità cinese, bensì è stata pensata per allontanare le attività all’ingrosso delle loro aziende che, troppo spesso, con la movimentazione delle merci congestionavano il traffico!

All’epoca era stato proposto alle aziende cinesi di Via Paolo Sarpi di trasferirsi in un’area periferica della città. Nonostante le insistenze e gli incentivi messi a disposizione dal Comune, il rifiuto di traslocare da parte dei cinesi fu unanime e perentorio.

Dopo lunghi mesi di trattative fallite, l’Amministrazione cittadina pensò che la pedonalizzazione della via, con la relativa chiusura del traffico, avrebbe scoraggiato i commerci delle attività all’ingrosso dei cinesi, convincendoli così al trasferimento.

Ebbene chi ha avuto quell’idea dimostrò l’assoluta ignoranza nei confronti della cultura, delle usanze e dei comportamenti della diaspora cinese all’estero.

Sarebbe stato sufficiente constatare che tutte le Chinatown nelle grandi metropoli del mondo sono sempre situale nei pressi del centro città. Ancor di più, sarebbe stato costruttivo fare una breve visita ad Hong Kong per vedere di persona la grande abilità dei cinesi di trasportare velocemente enormi quantità di merci su dei semplici ma ingegnosi carrelli spinti a braccia!

Lo dimostra il fatto che dopo la pavimentazione e la relativa chiusura al traffico di Via Paolo Sarpi, nessuna bottega cinese si è trasferita in periferia. I lavoratori cinesi, rispettando gli orari di accesso alla via per i mezzi commerciali e con l’aiuto dei maneggevoli carrelli, proseguono tuttora i loro commerci. Attività che nel frattempo sono addirittura aumentate in quanto sono state favorite da due fattori: oggi l’arteria è molto più fruibile ai visitatori/clienti rispetto a prima ed è diventata una delle maggiori attrazioni della metropoli milanese!


Arrivato nel mezzo della lunga via, il mio sguardo inevitabilmente cerca l’ingresso di quello che un tempo erano i Grandi Magazzini Standa, uno dei primi “super-store” della città. Oggi l’edificio è privo della grande insegna ed è stato trasformato in un centro commerciale che ospita esclusivamente botteghe cinesi.

La mia attenzione è attirata dagli scalini di colore nero davanti alle vetrine di quei negozi. Sono gli stessi gradini di cinquant’anni fa!

Non riesco a resistere, mi guardo attorno, c’è poca gente in giro e quasi con aria fortuita mi siedo sul gradino davanti alla vetrina, a destra dell’ingresso principale.

Sono seduto sul freddo granito scuro e da questa posizione, la prospettiva del mondo che mi circonda cambia completamente.


I fumetti sono tutti disposti sulla soglia di fronte alla vetrina. Quelli di formato più grande, come i Tex e gli Zagor, li ho messi in bella mostra posizionati in verticale appoggiati alla vetrata, quelli di dimensione più piccola, come i Diabolik, Kriminal, Alan Ford e Topolino, sono appoggiati in orizzontale sul gradino, il tutto appare come una piccola bancarella.

Davanti, ad un passo dalla vetrina, ho appoggiato a terra la casetta della frutta capovolta, sulla quale ho steso il panno rosso di velluto.

Poi, con calma, in maniera ordinata, ho diviso in tre colonne, a rigor di dimensione, le mie spillette, disponendo così tutta la mia merce in bella vista.

Fra qualche minuto i Grandi Magazzini apriranno, qui di fronte a me passeranno molte persone ed oggi spero di fare un bel bottino!


Ero proprio io! Quel bambino che guardava il mondo dal basso verso l’alto, cercando di rapire lo sguardo dei passanti per vendergli un giornalino o una spilletta…


Il nodo alla gola mi fa serrare i denti, i miei occhi si riempiono di lacrime, il mio naso è congestionato… È meglio che mi alzi per proseguire la passeggiata.


Anche il Cinema Augusteo, verso la fine della via, non c’è più, ha chiuso i suoi battenti nel 1986 e dopo anni di inutilizzo ora è diventato un condominio come tanti altri.

Quello sì, è stato un cinema che ho frequentato! Mi ricordo ancora i film di Bud Spencer e Terence Hill che ho visto sul grande schermo con i miei genitori!

Ancora pochi metri ed ecco che arrivo alla meta: il grande condominio al numero civico 58.

Il portone di legno è stato sostituito con un moderno cancello di vetro e alluminio. L’accesso è chiuso, leggo i nomi sui citofoni e non rammento persone che conosco.

Ecco, la serratura del portone è scattata ed una persona si appresta ad uscire, ne approfitto e con indifferenza mi infilo nell’androne scuro, a quest’ora l’illuminazione serale non è ancora accesa.

Davanti al mio sguardo si apre la luce del giorno che irradia il primo cortile.

Noto nell’androne, in alto sulla destra, le due finestrelle con le grate in ferro, mi ricordo che furono costruite su richiesta di mia madre per dare luce ed aria al salottino adiacente alla portineria.

Due passi più in là e raggiungo la porta di ferro e vetro della guardiola, questa non l’hanno sostituita, i vetri sono sporchi ma riesco ad intravedere all’interno il piccolo locale.

Sulla destra c’è il lavandino di ceramica bianca e sulla sinistra la piccionaia per la posta, poi a seguire, la parete ed il grande finestrone rivolto verso il cortile, sotto al quale è posto un vecchio tavolo. Manca il resto dell’arredamento, però, più o meno, è tutto come quarant’anni fa.

Il pavimento è sporco, pare che nessuno entri nella guardiola da anni.

Esco sul cortile, sposto una bicicletta e cerco di guardare ancora all’interno del locale attraverso il grande finestrone. Al di là della portineria intravedo il salottino nel quale c’era il letto dove mio padre dormiva perché nella camera al piano di sopra non c’era posto per tutti.


Quella stanzetta era anche il rifugio per ospitare qualche amico e parente a bere un caffè, oppure per coricarsi un attimo durante la giornata quando la stanchezza prendeva il sopravvento.

Che ridere al ricordo di quando, in quell’anfratto, mia mamma mi immergeva nella tinozza per lavarmi con l’acqua riscaldata sui fornelli!


Davanti all’accesso del cortile non ci sono più le cassette vuote della frutta accatastate da Sergio, l’ortolano. Non ci sono più gli ammortizzatori riparati dalla ditta Ramaioli: quegli strani tubi neri che venivano appesi su dei trespoli sotto i quali c’erano le bacinelle per raccogliere la vernice nera dall’odore pungente. Anche la vecchia litografia, con all’interno le sue macchine rumorose, è abbondonata, come lo è la tipografia, che si affacciava sul secondo androne.


La quiete regna sovrana in quel cortile, nel quale, quando ero bambino, c’era un incredibile via e vai di mezzi e di persone che movimentavano le merci.

Di solito noi ragazzi andavamo a giocare nel secondo cortile, nel quale c’era più spazio e le attività artigianali erano meno frenetiche.

Mi ricordo la bottega dello scultore, il deposito di materiale elettrico e il laboratorio di bambole di pezza… Adesso non ci sono più botteghe e pare che quegli spazi siano stati adibiti a garage.


Il grande caseggiato di ringhiera appare ai miei occhi di aspetto gradevole, le pareti sono ben dipinte ed hanno un colore uniforme, non ci sono i panni stesi sulle balaustre di metallo e le porte sono nuove. Regna l’ordine e nulla sembra fuori posto.

Adesso questo condominio sembra un luogo “trendy” per abitare: è in pieno centro città, non si percepiscono gli odori di cibo fritto né le urla dei bambini e delle mamme…


Mi ricordo quanto era buffo sentire la mamma di Pinuccio chiamare ripetutamente a squarciagola suo figlio: “Pinuccio vieni subito a casa che la pastasciutta già è nel piatto!”


Chissà Giacomo, Raffaele, Costantino, Roberto… che fine hanno fatto.

Immerso nei miei pensieri incrocio una mamma con in braccio un bambino, sorrido a quei bei visi con gli occhi a mandorla. Mi accorgo poi che un’altra coppia di ragazzi cinesi mi sta guardando con aria sospettosa, saluto e passo oltre.


Mi compiaccio al pensiero che quella casa di ringhiera, che all’epoca trasmetteva il malessere dell’immigrazione che arrivava dal meridione e tanta miseria, oggi sia un posto originale e quasi gradevole per abitarci sia per i cinesi che per gli italiani.


Per tornare in strada percorro i due cortili e attraverso gli androni, ogni angolo, ogni mattone di quel caseggiato mi trasmette dei ricordi profondi.

Esco dal portone, la luce è accecante.


“Il sole batte forte sull’asfalto, la via è deserta, sono inginocchiato per terra: le mie manine sono tutte nere, le ginocchia sporche… col martello batto forte per spaccare un vecchio altoparlante di un’auto.

Deng, toc, deng, crash…”

(Da "Via Paolo Sarpi all'Oriente")

Milano, 2018


Daniele Pezzali consulente in Procurement & ICT (visita: www.danielepezzali.com)

10 dicembre 2020